Spaccacuore

 

Un ricordo che ho indelebile: io seduta al tavolo in soggiorno a disegnare con i miei nuovissimi pastelli Giotto, l’almanacco del giorno dopo in sottofondo e tu in cucina che prepari il sugo.

Sugo che mai sono riuscita ad eguagliare negli anni, nonostante gli stessi ingredienti e i miei ripetuti sforzi.

Le unghie dipinte di rosso, mi piaceva guardarti mentre ti mettevi lo smalto…sapevo che poi lo avresti messo anche a me, mi sentivo proprio una signorina quando stavo da te.

Un pomeriggio che non dimenticherò mai della mia infanzia, io e te nel lettone che guardiamo gli orari sul giornale, tu che chiami “il tassì” e mi dici “ti porto al cinema”.

Del film ricordo solo il titolo: “Taron e la pentola magica”, ma ero più emozionata per il taxi, perché era giallo ed era la mia prima volta.

Sono riuscita a non odiarti  tutte le volte che mi portavi da quel tuo parente parrucchiere ed ordinavi il taglio alla maschietta per me. Che poi a scuola mi prendevano in giro e dicevano che sembravo davvero un maschio, ma tu dicevi che era comodo e rinforzava i capelli.

Di te amavo il fatto che facevi le parole crociate, le pasticche di liquirizia posate sul comodino, il profumo delle tue lenzuola verdi a fiori, la radio che la mattina di “vacanza da nonna” mi svegliava.

Le favole che mi raccontavi.

La storia della Signora Nina che affacciata alla finestra cercava marito, che alla fine sposa un topolino che un giorno cade nella minestra. Non mi ricordo come finiva, forse la signora Nina si mangiava il brodo di sorcio.

I tuoi terribili castighi, con tanto di telefonate al diavolo, ed io lì sulla poltrona ad aspettare che mi portassero all’inferno per aver rotto una boccetta di profumo.

Le colazioni con osvego e orzo solubile, le passeggiate al mercato, io che non dovevo mai chiederti di comprarmi qualche gioco sennò attaccavi a cantare la tua personalissima cover di “balocchi e profumi”  prendendomi in giro.

I tuoi regali dovevano essere sempre sorprese, mai richieste.

E poi un giorno io avevo già sedici anni e tu non eri più bionda.

Stavo da te in quel periodo, con la scusa che abitavi vicino alla mia scuola.

La stanzetta dove dormivo, le notti ad ascoltare la radio e a scrivere sul diario, di quel tipo che mi piaceva.

Oggi se sento Spaccacuore mi sembra di vederti al di là di quella porta che ti arrabbi ancora con me perché sono un’adolescente cretina, che non ho messo a posto la camera, perché tu sei anziana e non ce la fai a starmi dietro e poi mi hai chiesto di comprarti dei fiori per il pranzo di Pasqua e io non so perché, non ricordo perché, non te li ho presi.

Se solo avessi saputo che da lì a poco ti saresti ammalata in quel modo, non avrei mai litigato con te per degli stupidi fiori.

E quella volta che mi hai visto arrivare in motorino con un amico, senza casco.

E tutte le volte che ti ho fatto preoccupare perché erano già le otto ed io ero a spasso per Viale Marconi.

I tuoi silenzi, il broncio tenuto per quattro giorni.

Un anno dopo eri già a casa di zia e dicevano ti sarebbe rimasto poco.

Venivo tutti i pomeriggi insieme a papà.

La zia lavorava, cuginetta era piccola e tu dagli uomini non ti facevi toccare, nemmeno da tuo figlio.

Venivo da te, ti aiutavo ad andare in bagno, ti facevo compagnia e non mi importava dell’estate e degli amici, anche se avevo diciassette anni.

Tu una mattina non ti ricordavi il mio nome e la sera dopo ricordavi avvenimenti di quarant’anni prima.

Un pomeriggio chiamai un’amica per sapere dei quadri, tu eri sul divano di zia, mezza addormentata, ti dissi che mi avevano promossa, tu prendesti la tua borsetta cercando dei soldi, eri così dispiaciuta, non capivi che fine avessero fatto i tuoi soldi!

Scoppiai in lacrime, lì davanti a te che pensavi piangessi perché non mi allungavi le solite diecimila.

E questo è il nostro ultimo momento insieme.

Su quel divano bianco abbracciate, tu mezza assopita ed io che te lo dico, che ti voglio bene.

E  son passati vent’anni, e ogni volta che sento quella canzone mi si spacca davvero il cuore in due.

Scusa ancora Nonna, scusa se non ti ho preso i fiori per il pranzo di Pasqua.

 

 

 

 

 

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Il ritorno di Sonia

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Se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni.

Dapprima un’intervista per La Repubblica, perché se uno deve pensare ad un personaggio simbolo della cosidetta “tv locale” in occasione della chiusura dell’ultima rete superstite, non puoi non pensare a lei, che tre anni fa lasciò un vuoto immenso nei palinsesti generalisti “dei poveri” e non andarla a cercare.

Poi l’abbiamo citata anche noi del NabikiblòB nel podcast di Sanremo, augurandocela come valletta per il prossimo anno, perché è giusto che tutti la possano conoscere.

Infine la splendida notizia di un intervento a radio Studio 93  dove lavora la mia amica Paola.

Di corsa a scaricare l’applicazione, no, non posso perdere questa oretta di programma con colei che ha fatto la storia della televisione!

Già, perché se sei stato ragazzino/a , bambino/a, madre o padre a Roma, non puoi non ricordare chi era Soniadisuper3 tuttoattaccato, perché costei, oggi ha addirittura un cognome ed un età, ma all’epoca era solo quella che stava praticamente tutta la vita in tv tra un cartone e l’altro, cartoni che italia1 non passava mica, e se passavano erano censurati e non ci si capiva niente.

Io sono in un certo senso mortificata, so perfettamente che questo cassetto della memoria non potrà esser capito dalla maggior parte degli avventori di questo blog, perché nessuno, eccetto chi ha vissuto gli anni 90 nel Lazio, potrà mai capire l’immensità di questa donna, che aveva una naturalezza tutta “ciociara” a tratti romanesca, questa “tata” improvvisata che leggeva letterine e invitava bambini in studio.

Bambini che facevano la fila per andarci e ricordo bene quella “gnappetta” di mia cugina La Giulia quando era tra questi…che io prendevo un po’ in giro, perché più grande, ma è grazie a Sonia se io oggi ho un nickname che deriva da una serie tv giapponese che la generalista non avrebbe mai e poi mai passato.

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Sonia e i suoi spottoni, gli sciroppi, i negozi di giocattoli…per farvi capire la popolarità di Sonia posso solo dirvi che le dedicarono addirittura una bambola, probabilmente non le rendeva giustizia.

Sonia, che rivela alle amiche di Studio 93 che sì, aveva paura di non essere in grado di poter cantare la canzone della buonanotte, che la provava cantandola a squarciagola in macchina andando al lavoro.

Sonia, la nostra prima ed unica celebrità dalla voce e dal look inconfondibile, Sonia che ci ha salutati in trasmissione con un “grazie”, Sonia che si commuove perché Tiziano Ferro in persona personalmente le lascia un messaggio tramite il watsapp della radio che baci perugina scansateve, Sonia che oggi è una tabaccaia, ed io e La Giulia dobbiamo assolutamente fare un salto a Latina per un pacchetto di sigarette.

Sonia Sonia Sonia. Torna in tivvù te prego!

Leggici una letterina come solo tu sai fare, facci vedere quei Doraemon tutti storti e quei maghi pancioni sbilenchi, fatti due chiacchiere col robottino Birillo e cantaci la canzone della buonanotte.

Sonia che mi ha fatto l’autografo che vi mostro orgogliosa!

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E qui mi fermo, perché davvero il cassetto aperto è troppo emozzzzzionante, poi va a finire che mi vado a cercare anche Nonno Ugo del mobilificio Rossetti ,scopro che è morto e mi sale la tristezza del pagliaccio Tata.

Ma questa la capisci solo se sei stato bambino a Roma negli anni 80.

 

P.S. Un supermegagigantesco GRAZIE a Paola che mi ha fatto questo regalo meraviglioso.

P.P.S. Fatela tornare al più presto!

 

E’ tutta colpa del Festival (storia di una blogger e di un sodalizio strambo nato per caso)

Tutto iniziò con un commento.

Il mio vizio di guardare e fare le valutazioni in diretta al Festival di Sanremo continuava anche quell’anno, come sempre. Per caso incrociai quello che a prima vista sembrava un commento denigratorio verso quello che avevo scritto e verso, soprattutto, il Festival. Risposi una prima volta. Poi una seconda, e una terza. Dall’altra parte una giapponesina incazzusa ribatteva colpo su colpo.

Nabiki, era il nickname. Per pura curiosità vidi che anche lei avesse un blog, e volli dare un’occhiata per capire da che parte stesse il “nemico”.

Fu un lampo nella notte. Iniziai a commentare ogni suo post, notando come molte delle mie fisime, convinzioni e pensieri riguardo Sanremo e la tv in genere trovassero lì sopra una sorta di prosecuzione del mio cervello. Non è possibile, trovare un’altra pazza deviata come sono io riguardo certe cose non poteva essere vero.

“Mo’ la frego io…vediamo se davvero è così ferrata in materia…questa non se la può ricordare…” era il leit-motiv di quelle giornate, e via una serie di aneddoti sotto forma di quiz, con la sottile speranza di saperne un po’ più dell’altro. Nel momento in cui scoprii che anche lei adorava Scialpi (non quello sposato, rilanciato da Pechino Express e scrittore -mioddddio!- di libri, ma lo sfiatato belloccio di hit anni 80 quali “Rockin’rollin” , “Cigarettes and coffee” e soprattutto “Pregherei”) e che, incredibile davvero, conosceva anche i mitici Luciferme (gruppo rock toscano stile Litfiba letteralmente scomparso dopo un’apparizione proprio a Sanremo con  la splendida “Il soffio”), ho iniziato ad attaccarmi come una cozza allo scoglio.

“Io una così non me la lascio scappare”, ho pensato. Ok, ammetto anche di aver pensato a cose più grevi e squisitamente maschili…ma tra un commento e l’altro, più dell’esposizione delle fioriere di gerani sul balcone si è fatta strada un’amicizia concreta benché basata sul virtuale di una tastiera e di uno schermo.

Il Nabikiblog è diventata la mia seconda casa. Ogni giorno commentavo o rispondevo a commenti già fatti in precedenza, entrando in confidenza con la padrona di casa e con il corollario di ospiti più o meno fissi del blog. Eravamo una sorta di Maurizio Costanzo Show ormai, ognuno con un personaggio e una personalità differente e compatibile con gli altri. Le classifichette, un classico marchio di fabbrica di Nabiki, ogni volta più ricercate e difficili da superare in termini di qualità e di idee. Rimanere al suo fianco e difenderla a spada tratta contro l’Invincibile Armata, contro le Beliebers o le Directioners, o qualunque gruppo di folli che iniziano, sgrammaticamente e insultando la qualunque, a delirare ogni volta in cui qualcuno osi toccare i/il/lo/la proprio idolo/a/i.

Abbiamo votato, riso, pianto e scherzato alla consegna dei cosiddetti Nabikini d’oro…cianfrusaglie virtuali ambitissime, quasi più dei Telegatti, o del premio Regia Televisiva condotto da Daniele Piombi. Abbiamo giocato molti jolly, come il Belgio in quasi tutte le puntate di Giochi senza Frontiere, sentendoci un po’ uguali a Ettore Andenna in attesa del Fil Rouge o dell’ “Attention, trois, deux, un” dei giudici arbitri.  Abbiamo setacciato quasi tutta la discografia italiana e internazionale degli anni 80 e 90, ripescando molto prima di Carlo Conti e dei suoi Migliori Anni questo o quel protagonista dimenticato (spesso a ragione) dal mondo corrente. Abbiamo eletto Sorrisi e Canzoni come nostra Bibbia di riferimento, elevandolo ad elemento accompagnatorio essenziale per i nostri momenti più solitari e intimi…sì, Sorrisi è proprio “il giornale della cacca”, ovvero quella rivista che si sfoglia sempre volentieri quando si ha un pochino di tempo per se stessi. E quale miglior momento se non da seduti sul gabinetto? Aldo Vitali ci perdonerà…in fondo, “se lo dice Sorrisi allora sarà vero”, è un pensiero che reputiamo un dogma anche oggi.

Abbiamo visto lungo su molte cose…siamo…anzi, Nabiki è arrivata prima specializzandosi in richieste impossibili divenute realtà. In ordine sparso, la reunion dei Bee Hive, quella degli 883 col ritorno (seppure solo in un video musicale) di Mauro Repetto, fino all’apoteosi più totale…Albano e Romina Power di nuovo insieme! Riuscire a commuoversi a distanza di 25 anni dall’ultima volta in cui i coniugi Carrisi cantarono uniti, entra negli annali della storia del sito (e qualcun altro, in un film comico di incredibile successo uscito due giorni fa, ha la nostra stessa reazione…non dico altro per non spoilerare nulla…). Persino la reunion prossima dei Pooh con Riccardo Fogli. Ci credevamo solo noi, e Paolo Bitta di Camera Cafè. E invece…siamo dei fottuti precursori, ecco la verità!

Insomma, si sono fatte molte cose,fino alla proposta di collaborare, creando un blog a quattro mani dove veicolare tutte le stronzate trash e i veri e propri cult della nostra infanzia e adolescenza che ci potessero venire in mente, come cose nascoste e ripescate da fantomatici Cassetti della Memoria. Questo posto è nato, morto e risorto più volte, e chissà quanto ancora. E’ diventato una specie di fratellino minore del Nabikiblob. Sì, il nome del sito originario ha cambiato l’ultima lettera, forse ci sono meno attenzioni e meno pubblico di un tempo, ma la qualità di quanto scritto rimane sempre altissima, e negli anni abbiamo sperimentato molto. Le idee di quel vulcano di Nabiki sono sempre in movimento, e tra una rubrica e l’altra, tra un disegno per quel rompicoglioni del sottoscritto che tra le altre cose l’ha eletta “Illustratrice personale” dei suoi racconti e dei suoi libri, e un gruppo d’ascolto allargatissimo per seguire e commentare gli eventi tv in diretta via Facebook o via Whatsapp, siamo qui a festeggiare un giorno speciale.

Sì, perché per colpa…ma in realtà devo dire grazie a quel commento sul Festival di Sanremo, ho scoperto questa persona speciale, a cui voglio bene come ad una sorella (è la verità, ma comunque sempre meglio pararsi il culo, che il marito suo ha due mani come quelle di Gianni Morandi, e potrebbe farmi molto male…).

Oggi il Nabikiblob compie ufficialmente cinque anni. Oltre millecinquecento giorni di attività, di pensieri, di voglia di raccontare qualcosa, di mettersi comunque in gioco.

E allora, cara Nabiki, il tuo socio si fa portavoce di noi tutti lettori e ammiratori tuoi e del tuo sito, e ti lascia con questo video (sperando si apra…io e WordPress con gli allegati video facciamo a cazzotti lo ammetto) dove, con semplicità, auguriamo al Nabikiblob…

BUON COMPLEANNO!!!!!!!!

Sorridendo, sempre

D.

 

Di Power Ballad, di anni 90 e d’amore

E di fuseaux dell’Arena viola con le bande arancioni, che probabilmente ero l’unica a portarli in tutto l’emisfero. Perfino nel 93.

Di superga bianche con principio di buco all’altezza dell’alluce, di felponi annodati in vita per nascondere il culone.

Di frangette cotonate e giacchetti jeans con toppe improbabili, di Merit blu dure fumate di nascosto, giocando a fare l’adulta, alla finestra, mentre aspettavo di vederlo arrivare.

E questa canzone nel walkman…che mandavo indietro fino a consumare il nastro, voce che si allungava con le stilo scariche e che per certi versi diventava anche più romantica, più bella, più tutto.

 

 

Ed ora ditemi voi se una canzone con questo titolo (oddio perché il testo invece…) non è perfetta per il Primo Amore della vita, per quanto breve sia stato e per quanto presto sia finito è proprio vero che non si scorda mai.

Quel condividere le cuffiette e camminare con lo stesso passo, quel parlare di tutto e nulla, perché ancora non si era grandi ma nemmeno più piccini.

Quel sapere poco di come funzionasse, l’ingenuità di un’educazione sessuale acquisita da CIOE’ e Beverly Hills.

Quel tenere un diario pieno di dubbi e insicurezze, che la mamma lesse nel momento più sbagliato.

E ancora la felpa messa apposta affinché mi venisse col caldo, il coraggio di toglierla, l’intera squadra della Juve campione d’italia che mi fissava dalla parete di fronte, a sinistra gli Iron Maiden che ringhiavano, il letto troppo piccolo e i jeans scesi alle caviglie, il buio imposto dal reciproco pudore,  la sua catenina con tutti i suoi santi nell’occhio e nell’aria un misto di profumo Debby, tensione e musica troppo alta…

 

 

Come tutte le storie c’è una fine.

Per quanto sia stato doloroso il finale di quell’est-autunno di tappe bruciate e di ritorni a scuola, di mezzi cuori d’argento strappati da catenine e gettati a mare dal pontile, inveendo contro il cielo con un sonoro vaffanculo che Masini, Moccia e Ligabue potevano solo spicciarmi casa… nonostante ci sia voluto del tempo poi, anni, per riconoscere che non avremmo mai potuto odiarci, per convincerlo che no, non gli avevo fatto il malocchio, che quello che lui era stato per me io ero stata per lui e diventare addirittura amici, grandi amici e perderci di vista come succede agli amici…beh, io mi sento di aprire questo cassetto e fermarmi un minuto sotto quel portone, con mia madre che rompe le palle dal citofono:

“Sono le dieci e mezza! Sali!”

E dargli un altro bacio prima di salire su e chiudermi in cameretta ad ascoltare questa…

 

 

Fumando una Merit blu, sentendomi già grande, scrivendo il diario…affacciata alla finestra, aspettando un qualsiasi giorno dopo di ventidue anni fa.

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Di Crossover, di amori finiti e non…

Se abbiamo già abbondantamente parlato della musica degli anni 70, 80 e 90 non si è quasi mai fatto accenno a ciò che si ascoltava agli albori del 2000…
E si che ce ne eran di cose, io personalmente avevo la fissa per quel che all’epoca veniva definito Crossover…arrivò più o meno dopo il Grunge, una musica che i puristi del metal definivano “robbetta” e che i bamboccioni discotecari giudicavano “aggressiva” o “balorda”.

Ora, io non sono un’esperta, son sempre andata ad intuito, se un qualcosa mi piaceva compravo il cd.
Anche perché in quel periodo a cavallo delle nuove tecnologie ancora non c’erano gli I pod, si girava col lettore cd, al massimo apparivano i primi mp3.
 O forse c’erano ed io non ne avevo ancora sentito parlare?
Probabile la seconda.
D’altro canto, mi affacciavo ad un’età più adulta, ero passata da Masini agli Iron Maiden con una breve incursione modaiola stile Nirvana (camicia a quadri di flanella e all star, lasciamo perdere che è meglio)
ed eccomi giovane ventenne con fidanzato (ex)  aspirante bassista e fancazzista che per comodità chiameremo Bradipo.
E quindi se lui era un povero sfigato assuefatto dall’icona del suicidio di Kurt Cobain, io dovevo assolutamente distinguermi da quell’incredibile alone viola di tristezza, sperimentando qualcosa di meno deprimente e più potente.
Fu così che scoprii gli Staind, gli Incubus, i Limp Bizkit, i Faith no more, i Rage against the machine , P.O.D. e compagnia cantante, fino a crogiolarmi con i Red Hot chili peppers andando a ritroso.

Partiamo dai Linkin Park, che il mio ex apostrofava come boyband dato che il loro crossover aveva influenze hip hop e i loro video venivano passati a manetta su mtv (da qui l’appellativo commerciale ha cominciato a darmi sui nervi ogni volta che lo infilava in un discorso…arrivai addirittura a difendere Britney Spears pur di dargli torto!)
Fu ascoltando questa canzone che decisi di mollarlo…

Poi ascoltai questa e lo mandai definitivamente a cagare, ciao ciao Bradipo!

Si continua su questo filone per tutta la durata del 2002 nel frattempo mi innamoro di Brandon Boyd, il cantante degli Incubus…ascolto “Drive” durante le mie prime scorribande in macchina.

Passano i mesi, passano i boyfriends e conosco un altro futuro ex ^_^ (questo lo chiameremo Guardiainfame)
Questo ascolta musica veramente dimmmerda, suona il clarinetto con la banda di paese e posso fare la saccente con lui, apostrofare Avril Lavigne come “commerciale” e fare la snob (un po come faceva il Bradipo con me, poi dicono che noi donne non siamo complicate eh!)
Gli ho fatto conoscere gli Stone Temple Pilots e gli Staind, oltre ai già citati Incubus, per il compleanno gli regalo il cd dei System of a down.
Dopo sei mesi mi lascia per una fan di Gigi D’Alessio.
Ciao ciao Guardiainfame, io ci ho provato a migliorarti!

Questa storia mi devasta così tanto che parto per l’Irlanda e sto via più di un anno…qui entro in fissa con    tutt’altro genere puramente cantautorale (Damien Rice, The Frames, Bob Geldof) pur mantenendo un’insana passione per i Blink182
Riscopro il crossover ascoltando una nuova canzone degli Staind tornando in Italia, dopo un mese mi capita di parlare al telefono con un grafico per un lavoro.
Lui sta ascoltando la radio, improvvisamente molla il telefono con uno “scusascusascusa” e lo sento che alza il volume, si mette a cantare nella cornetta…

Tell me please
Who the fuck did you want me to be?
Was it something that I couldn’t see?
Never knew this would be so political
And please
I’m still wearing this miserable skin
And it’s starting to tear from within
But it’s obvious that doesn’t bother you
So please






Mi dice che se la sta studiando, suona la chitarra elettrica in una band.

Beh, cominciamo a parlare, decidiamo di scambiarci i numeri privati, successivamente di vederci.
Andiamo a vedere Ozzy a Milano.

Dopo due mesi viviamo insieme, dopo due anni ci sposiamo pure…ma come marcia nuziale scegliamo i Beatles eh! ^_^

per sempre vintage…
la vostra
Nabiki